Cappello o serpente che ingoia elefante?

La Psicoterapia Sistemico-Relazionale si basa sull’idea che il malessere sia causato e venga mantenuto dall’interazione di diverse componenti.

Per aiutare il paziente a stare meglio, il terapeuta osserva le relazioni, perché ritenute le risorse più efficaci, e decide, in base alle singole situazioni, chi sia meglio vedere in seduta (ad esempio, una persona da sola, una coppia, un’intera famiglia). Questo non implica nessuna colpa per chi viene coinvolto, anzi. Se un bambino ha degli attacchi di rabbia, i genitori vengono visti non perché siano i responsabili del malessere del figlio, ma perché possono essere le risorse più utili alla risoluzione del problema.

Uno dei concetti chiave su cui si basa il nostro approccio è quello secondo cui una persona (quindi sia chi viene in terapia, sia il terapeuta) non può separare le proprie caratteristiche personali da ciò che descrive: banalmente, la realtà non è oggettiva.

Il linguaggio utilizzato da tutti noi, in quest’ottica, non descrive la realtà, ma costruisce e de-costruisce mondi; così, parlando ed agendo, in terapia, creiamo insieme la costruzione di “un mondo”, di nuovi significati che portino ad agire diversamente per stare meglio.

Vediamolo insieme in un breve esempio attinto da un episodio di vita quotidiana…

Un marito sta zitto perché la moglie brontola; la moglie brontola perché suo marito non parla mai. Questo circuito può andare avanti all’infinito perché ciascuno dei due continuerà ad attuare il medesimo comportamento, selezionando solo alcune informazioni che riguardano quanto accade e dando un proprio significato individuale. La moglie potrebbe attribuire al silenzio del coniuge, una mancata attenzione per la coppia, perché, dalla sua storia personale, ha dedotto che i silenzi implicano disinteresse: brontola allora per segnalare il proprio bisogno di essere considerata. Il marito, dal canto suo, legge i brontolii come un giudizio negativo nei suoi confronti e l’unico modo che conosce per contrastare le critiche, è il silenzio.

Leggendo la situazione come un circuito, causato dal concatenarsi di bisogni non detti e delusi, si può trovare insieme un modo per modificarlo.

Anche lo psicologo ovviamente ha il proprio modo di vedere le situazioni ed attribuisce i propri significati: l’obiettivo della terapia non è quello di dire cosa è giusto o cosa è sbagliato, ma è quello di portare nuovi significati. Possiamo considerare quindi ogni incontro terapeutico come incontro di, almeno, due “culture” a partire dalle quali generare narrazioni sempre nuove.

Laureata in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata presso la Scuola di Psicoterapia ad Orientamento Sistemico e Socio-Costruzionista di Milano – Centro Panta Rei, è iscritta all’Albo degli Psicoterapeuti della Lombardia (n. 15580). È terapeuta EMDR.

 

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Federica Corbetta

Laureata in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata presso la Scuola di Psicoterapia ad Orientamento Sistemico e Socio-Costruzionista di Milano – Centro Panta Rei, è iscritta all’Albo degli Psicoterapeuti della Lombardia (n. 15580). È terapeuta EMDR.  

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