Esperienze sfavorevoli infantili e salute in età adulta

Quante volte per prendere in giro un amico avete sentito o detto “Ma sei caduto da piccolo?”; questo modo di dire scherzoso indica come il senso comune riconosca da molto tempo che un trauma fisico avvenuto in infanzia possa provocare un qualche tipo di problema cerebrale (come agire comportamenti stupidi ☺) in età adulta. E’ una connessione così automatica da poterci scherzare.

Ciò che è meno noto è che Esperienze Sfavorevoli Infantili, anche di tipo psicologico, sono state correlate in molti studi scientifici ad una maggiore probabilità di sviluppare disturbi sia fisici che mentali in età adulta!

Lo studio più noto nasce in California tra il 1995 – 1998. Qui viene condotto l’“ACE Study” (Adverse Childhood Experiences Study), che costituisce una delle più ampie indagini epidemiologiche mai effettuate (su un campione di ben 17.000 partecipanti) e che ha dato il via ad un programma di ricerca internazionale ancora in atto. Nello stesso periodo, il CDC (Center for Disease Control), esplora problematiche legate alla salute, quali i comportamenti a rischio come il consumo di tabacco e l’abuso di alcol, e numerose malattie croniche, come l’obesità.

A partire da studi del 1985, si scoprì che molti dei pazienti obesi che abbandonavano il programma di intervento di digiuno integrato, erano gli stessi che ne stavano traendo più beneficio. Da questo paradosso, approfondendo tramite interviste ai pazienti stessi, i professionisti ipotizzarono come l’obesità fosse in realtà a sua volta un tentativo di soluzione a problemi insorti nell’infanzia. Da ulteriori approfondimenti, ipotizzarono che le esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia/adolescenza fossero più comuni di quanto si pensasse e fossero direttamente collegate alla qualità di vita in età adulta.

Il Dott. Anda del CDC e il Dott. Felitti dell’ACE Study unirono le loro ricerche, trovando numerose correlazioni fra le ACEs (in italiano Esperienze Sfavorevoli Infantili – ESI) e molti disturbi in età adulta, provando un’aumentata vulnerabilità della fascia soggetta ad esperienze sfavorevoli. Ma quali sono le Esperienze Sfavorevoli Infantili? Eccolo di seguito

  • Abuso fisico ricorrente;
  • Abuso psicologico ricorrente;
  • Abuso sessuale;
  • Presenza all’interno del nucleo familiare di una persona dipendente da alcol o da sostanze;
  • Presenza all’interno della famiglia di una persona incriminata per un reato;
  • Un membro della famiglia gravemente depresso, con disturbi mentali conclamati, istituzionalizzato o con ideazione suicidaria;
  • Presenza di una madre trattata in modo violento;
  • Presenza di un solo o di nessun genitore;
  • Trascuratezza fisica;
  • Trascuratezza emotiva.

Già dai primi risultati si vide come solitamente le ESI tendono a non comparire isolate, ma correlate fra loro. Gli studiosi riuscirono a correlare le ESI alle principali cause di morte negli USA: dalle più intuibili fumo, obesità, abuso di droghe e alcol, suicidio, promiscuità sessuale alle correlazioni meno evidenti con le patologie fisiche. Dobbiamo tuttavia pensare che lo sviluppo neurobiologico umano è complesso: le esperienze sensoriali che viviamo nei primi anni (ad esempio, come il nostro ‘caregiver’, di solito il genitore, ci insegna a regolare le emozioni rispondendo in determinate modalità al nostro pianto) formano le connessioni cerebrali e regolano la stimolazione di determinati ormoni (es. dello stress), con un impatto sullo sviluppo funzionali dei diversi sottosistemi del nostro corpo (tra cui quello immunitario, legato all’arousal, ecc.).

Van der Kolk, celebre medico e studioso del trauma, ha proposto, seppur rifiutato dal DSM-V, di inserire nel manuale di classificazione la categoria Developmental Trauma Disorder, riferita ad esposizioni prolungate a traumi interpersonali che comportano compromissioni in molteplici aree del funzionamento individuale e in particolare sulle seguenti: a) attaccamento: difficoltà interpersonali, soprattutto nella capacità di sintonizzazione emotiva; b) livello biologico: problematiche mediche nell’arco della vita, tendenza a somatizzare; c) regolazione affettiva: scarsa capacità di regolazione emotiva e di comprendere gli stati interni dell’altro, incapacità di riconoscere e comunicare desideri e bisogni; d) dissociazione: alterazioni dello stato di coscienza, depersonalizzazione/derealizzazione, amnesia; e) controllo del comportamento: scarsa modulazione degli impulsi, aggressività auto ed eterodiretta, abuso di sostanze; f) funzionamento cognitivo: incapacità di regolare l’attenzione, difficoltà di apprendimento, difficoltà nella programmazione; g) senso del Sé: disturbi dell’immagine corporea, bassa autostima, senso di vergogna e colpa.

Gli studi in questo campo stanno ancora avanzando; ovviamente, una volta trovata la correlazione, gli studiosi hanno studiato (e continuano a studiare) per trovare le soluzioni ai meccanismi che generano e mantengono il malessere. Ad esempio, aiutare nello sviluppo di adeguate strategie di resilienza, nella divulgazioni di informazioni evitando lo stigma, nell’utilizzo un approccio integrato alle cure e nel trovare un adulto di fiducia disponibile al bisogno diventano fattori protettivi.

Laureata in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata presso la Scuola di Psicoterapia ad Orientamento Sistemico e Socio-Costruzionista di Milano – Centro Panta Rei, è iscritta all’Albo degli Psicoterapeuti della Lombardia (n. 15580). È terapeuta EMDR.

 

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Federica Corbetta

Laureata in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata presso la Scuola di Psicoterapia ad Orientamento Sistemico e Socio-Costruzionista di Milano – Centro Panta Rei, è iscritta all’Albo degli Psicoterapeuti della Lombardia (n. 15580). È terapeuta EMDR.  

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